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Next time, count me in

I was walking home from work the other day when I stopped to observe the Sulaimani landscape in the opposite direction from my destination. The sun was about to come down, and in the distance, East of my university and before the hills of the Ablakh area begin their climb, I spotted a congregation of the kind I like best: a football game with numerous spectators.

I went over to see who was playing on the concrete field. When I finally asked someone, I discovered that it wasn’t just a meaningless recreational game, but none other than an old-school neighborhood clash: a team from Rizgari, where my apartment falls, and Ablakh, the hilly, adjacent (and very ancient, I’ve learned) area that I had initially stopped to look at during my commute.

Team Rizgari in rojas uniform, in honor of the newly-crowned Spanish world champions; Team Ablakh in Netherlands light blue, with appropriate Dutch emblem on every jersey. Unfortunately for me, my team was getting pummeled. I witnessed at least ten Ablakh goals to none for our red furies. Of course, it kind of hurt seeing a team from my neighborhood perform so badly, so I mentioned to the three young men who introduced themselves while watching the game that I wanted to be counted next time Rizgari prepared for a football match of this importance. I wasn’t kidding either.

The game drew pretty big crowds, including taxi drivers on break, workers of many ethnicities, a few elderly men and many, many kids. Sporting their favorite jersey (of the week, I assume), they all sat, ate popsicles and eagerly commented on the progress on the pitch.

And check out below. I swear I didn’t place them like that myself. Forget the derby: junior Milan fan, junior Inter fan, side by side, watching the game as the sunset begins to caress the rocks.

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L’altro giorno stavo tornando a casa dall’universita’ quando mi sono fermato per ammirare il paesaggio cittadino esattamente nella direzione opposta rispetto alla mia destinazione. Il sole si stava preparando a fare il suo scatto finale verso il basso, e nella distanza, a est della mia universita’ e prima delle colline della zona chiamata Ablakh, ho visto una congregazione del tipo che mi piace di piu’: una partita di calcio con tanti spettatori.

Anche se non era sulla strada per casa, non potevo resistere e mi sono avvicinato al campetto di cemento per scoprire chi stava giocando. Quando ho finalmente chiesto a un altro astante, ho scoperto che non era una partitella qualunque, ma bensi’ un bello scontro tra quartieri: una squadra di Rizgari, l’area che, guarda caso, ospita il mio appartamento, e Ablakh, proprio la zona antica e collinosa che stavo ammirando all’inizio.

Team Rizgari in maglia rojas, in onore dei neo-campioni del mondo della Spagna; Team Ablakh in tenuta azzurro-olandese, con tanto di stemma della federcalcio oranje su ogni maglia. Purtroppo per me, la mia squadra le stava prendendo. Ho visto almeno dieci gol per Ablakh, e neanche uno per le mie furie rosse. Ovviamente, non ero felicissimo di assistere a questa disfatta del mio quartiere, quindi ho detto ai tre ragazzi che si erano presentati durante la partita che voglio esserci la prossima volta che Rizgari si prepara per una partita di simile importanza. Non stavo per niente scherzando.

La partita aveva attirato un bel numero di spettatori: taxisti in sosta, lavoratori di varie etnie, qualche anziano, e molti, molti bambini. Con addosso le loro magliette di calcio preferite (o le preferite di quel giorno, conoscendoli), stavano li’ seduti a gustarsi un ghiacciolo e commentare i numeri, e gli errori, della partita.

E beccatevi quell’ultima foto. Vi giuro che non li ho messi li’ cosi’ io. Scordatevi il derby: giovane tifoso del Milan, giovane tifoso dell’Inter, seduti uno accanto all’altro guardando la partita, mentre il tramonto comincia ad accarezzare i sassi.

“Why all these white cars?” I finally asked a Kurdish friend. “Why does everyone here buy white cars? Why not blue, black, silver…?”

White, and rather similar, cars in my neighborhood.

I asked for it, and I got it. While steering his white SUV down the circular road that surrounds Suli, my friend threw his thumb up to begin the list that would settle all my doubts:

1) White because “when the heat comes down, the car pushes it back up.”

It is pretty hot around here. Fair enough, white reflects most of the heat, making it a little easier to survive the constant 115+ weather.

2) White because at night, when you’re driving around on roads that have no street lighting, you can be more easily seen.

Touche’ my friend, can’t say I had thought of that aspect. I guess this would apply almost anywhere, but Suli does have a few stretches of main roads where it could be a little brighter at night. And, what do you know, your white car will help you be seen.

3) White because it’s easier to clean.

Now, I’ve heard this theory from white car owners in the US before (yes Gilla, that includes you), and I’m still a little skeptical about this. I just don’t see how staining white coating with mud is better than staining dark blue coating with mud. And I don’t see how it would be easier to clean the former. It might be more satisfying, sure: once you clean a white object, it really does look clean in all its nullity. I don’t know… maybe I’ll get a demonstration one of these days. Maybe from my friend who runs the hotel I live in:

One of my peshmerga friends on duty; behind him, the hotel employee washes a white car with a lot of water.

4) White because it’s the “nicer color that everyone likes. It doesn’t jump at you” like other colors.

Well, I guess you can give white points for subtleness. And yea, everyone does seems to like it over here, fine.

This is for sure an interesting 4-point plan to explain why it’s ‘absolutely normal’ that about 85% of the cars in Suli are white, so kudos to my unnamed driver friend. Similarly, I was talking to a young Iraqi Kurd this week, and just a few minutes after I met him I asked him about the local obsession with white cars. The kid gave me two additional explanations, the first being that car salesmen around here only sell white cars (is demand driving supply here or vice-versa?). And, finally, he told me, “because it’s the best color.”

To which I couldn’t help but respond, half to jokingly provoke, half to … ok, just to provoke: “but it is not a color!” Let the debate begin.

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“Perche’ tutte queste macchine bianche”? ho finalmente domandato a un amico curdo. “Perche’ qui tutti comprano solo macchine bianche? Perche’ non nere, blu, grige…”?

Ho chiesto, e ho ricevuto un’adeguata risposta. Guidando il suo SUV (bianco) giu’ per la circonvallazione Sulaimanese, il mio amico tira su il pollice destro per iniziare l’elenco di ragioni che mettera’ tutti i miei dubbi a riguardo a riposo:

1) Bianche perche’ “quando il calore viene giu’, la macchina lo respinge”.

Ineffetti, fa proprio caldo qua. E va bene, il bianco respinge i raggi del sole ed e’ un colore molto adatto per le parti piu’ calde del mondo. Certamente fa il sopravvivere in macchina – senza aria condizionata e quando ci sono 45 gradi – un po’ piu’ agevole.

2) Bianche perche’ di notte, quando si guida in strade non illuminate, e’ piu’ facile farsi vedere.

Pero’ – a questo non ci avevo pensato. Questo discorso ha validita’ quasi dappertutto, pero’ e’ vero che a Suli ci sono un bel po’ di strade principali non illuminatissime nelle ore notturne. E, guarda un po’, la tua macchina bianca sara’ piu’ facile da vedere che quella nera.

3) Bianche perche’ sono piu’ facili da pulire.

Allora, non e’ la prima volta che sento questa teoria; anche in America qualcuno mi aveva tentato di convincere. Ma sono ancora un po’ scettico a riguardo. Non capisco ancora come sporcare una macchina bianca sia meglio di sporcarne una blu scura. E, specialmente, non vedo come sarebbe piu’ facile pulire la prima. Sara’ piu’ soddisfacente, certo: una volta pulito un’oggetto bianco, sembra proprio splendente nella sua nullita’. Non so… magari qualcuno mi dara’ una dimostrazione uno di questi giorni. Forse il tipo che lavora al mio hotel: (vedi foto sopra).

4) Bianche perche’ e’ il “colore piu’ bello, che piace a tutti. Non ti salta addosso” come gli altri.

Beh, direi che possiamo dare al bianco un paio di punti per delicatezza, certo. Non e’ certo aggressivo come un verde brillante. E si, sembra proprio piacere a tutti qua il bianco.

Ho trovato questo elenco molto interessante nello spiegare perche’ e’ ‘assolutamente normale’ che l’85% delle macchine a Suli siano bianche, quindi grazie al mio amico guidatore. Allo stesso modo, stavo parlando con un giovane iracheno l’altro giorno, e un paio di minuti dopo averlo conosciuto gli ho chiesto di questa ossessione per le macchine bianche. Il ragazzo mi ha dato altre due spiegazioni, la prima delle quali e’ che i venditori di macchine qua in giro hanno solo quelle. (La domanda determina l’offerta qua o viceversa?) E, per concludere, mi ha detto: “perche’ e’ il colore piu’ bello”!

E io non ho resistito la tentazione di rispondere, un po’ per provocare un po’ per… ok, solamente per provocare: “ma non e’ un colore”! Che inizi il dibattito.

Journey mates

Yellow mountains turned into green hills, then into flat stretches of gray desert, and finally into populated, busy foothills overlooking the blue Mediterranean. That was the journey my eyes witnessed over three days, and through just as many border crossings, on my way to Lebanon this past mid-July. My first Middle East road trip went well, and the itinerary from Sulaimani to Beirut ended up working entirely as planned – who would have thought.

I’m going to reserve the list of where I went, what I saw, what I ate, and the rest of that fluff for a future travel diary (and for my upcoming TripAdvisor entry), but let me point out one aspect of life that I noticed very strongly while on my trip and that I think is worth recounting: there are a lot of good people out there.

I embarked on this mini-journey by myself, and traveling alone is not one of my passions. I like company, I like sharing a meal and being able to talk about it with someone real-time. But even though I was going at it solo, I didn’t end up spending more than five consecutive hours alone the entire week-long trip. I kept meeting cool people to share my experience with. At the Iraqi-Turkish border, after having spent the first six hours of my trip in a shared taxi with three pleasant Kurdish men, I met two Polish guys also trying to find a way to get a reasonably priced way across the border (you can only cross that border by car, i.e., cab). In the spirit of collective bargaining, we joined forces to find a decent ride (which still took us a good hour, but that’s another story). These guys were not only cool and interesting people, but they were also coincidentally going my same exact route to Syria via land, through Turkey. I had found my trip companions for the next 24 hours.

In Nusaybin, Turkey, where the two Poles and I had to spend the night, we attracted a lot of attention from the locals, clearly unaccustomed to foreign faces. One of them approaches us offering to help us find accommodation – next thing you know, after we settle on an hotel, he introduces us to his best friend, takes us out to dinner, shows us around his city and takes us to play pool and ping pong later in the night. Extremely friendly, funny and motivated hosts who made our night in Nusaybin more memorable than one would have bet on.

Two Poles, two nationalist Kurds from Turkey and an Italian.

The third chapter of this feel-good journey recap takes place in Beirut, Lebanon, where I had a cheap hostel booked for the first few nights. On the way from Damascus, I meet a few friends of friends, one of whom is Lebanese. This guy not only ends up offering me his extra Lebanese SIM card for my stay – a mere few hours after meeting me -, but invites me to a few events/parties in my first days there and then ends up hosting me at his apartment for the majority of the week, allowing me to escape my $10/night mess of a hostel.

I was so impressed with the kindness, friendliness and overall good quality of so many people I met on this trip. I am thankful they turned my solo trip into a journey to be shared with others, a journey in which I not only got a taste of the beauty and culture of three new countries, but in which I also got a boost in confidence in our ability to get along – wherever we go, whoever we meet.

See the pictures from my trip across Iraq, Turkey, Syria and Lebanon here. I’m also working on a video highlight reel of the trip, and I hope to post that sometime soon.

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Montagne gialle che si trasformano in colline verdi, poi in lunghi deserti grigi, e di nuovo in colline molto popolate che guardano il Mediterraneo negli occhi. Sono questi i paesaggi che ho visto in tre giorni e attraverso altrettanti confini. La mia prima road trip mediorientale e’ andata molto bene, e il mio itinerario da Sulaimani a Beirut ha perfino funzionato esattamente come pianificato – guarda un po’.

Non sto a fare la tipica lista di dove sono andato, cosa ho visto e cosa ho mangiato, ma lasciatemi condividere un aspetto della vita che ho notato durante il mio viaggio e che ritengo interessante da raccontare: c’e’ tanta gente per bene e generosa la’ in giro.

Sono partito per questa gitarella verso Beirut da solo, sebbene viaggiare in solitario non sia una delle mie passioni. A me piace essere in compagnia, condividere nuovi cibi e pasti interessanti con altra gente e poterne parlare in real-time con qualcuno. Ma anche se sono partito da Suly senza compagni di viaggio, alla fine non ho speso piu’ di cinque ore di fila da solo durante l’intera vacanza. Continuavo a incontrare gente interessante e simpatica con cui condividere le esperienze del viaggio. Al confine tra l’Iraq e la Turchia, dopo aver speso le prime sei ore del mio viaggio in un taxi con tre piacevoli uomini curdi, ho incontrato due ragazzi polacchi che stavano cercando anche loro un modo abbastanza economico per attraversare il confine (questo lo si puo’ attraversare solo in macchina, cioe’ in taxi). Abbiamo unito le forze per trovare un prezzo decente (e ci abbiamo messo comunque un’ora, ma quella e’ un’altra storia). Questi polacchi non erano solamente simpatici e interessanti, ma stavano facendo il mio stesso tragitto via terra verso la Siria: avevo trovato i miei compagni di viaggio per le seguenti 24 ore.

A Nusaybin, in Turchia, dove io e i due polacchi abbiamo passato la notte, attraevamo in modo inusuale l’attenzione dei locali, chiaramente non abituati a vedere stranieri nella loro modesta citta’. Uno di loro si avvicina e offre di aiutarci a trovare un albergo – ne troviamo uno che ci piace, e questo simpatico tizio finisce per introdurci al suo migliore amico, portarci fuori a cena e in giro per la sua citta’, e poi a giocare a ping pong e a biliardo. I nostri due simpatici, divertenti e curiosi ospiti hanno fatto della nostra serata a Nusaybin una piacevolissima memoria.

Il terzo capitolo di questo racconto si svolge a Beirut, in Libano, dove avevo prenotato un ostello molto economico per le mie prime due notti. A Damasco, proprio prima di partire verso ovest, conosco un gruppo di amici di amici, di cui uno e’ libanese. Quest’ultimo non solo mi offre una delle sue SIM card libanesi per la durata della mia visita – solo un paio d’ore dopo avermi conosciuto -, ma mi invita anche a delle feste e degli eventi nei miei primi giorni a Beirut, e finisce per ospitarmi a casa sua per la maggiorparte della settimana, permettendomi cosi’ di scappare dal mio ostello – abbastanza tremendo – da $10 a notte.

Mi ha veramente colpito la simpatia, la generosita’ e la buona qualita’ di cosi’ tanta gente che ho incontrato in questo viaggio. Hanno trasformato il mio viaggio solitario in un’avventura da condividere con altri, un’avventura in cui non ho solamente assaggiato la cultura e la bellezza di tre nuovi paesi, ma in cui ho anche ricevuto un colpo di ottimismo sulle nostre capacita’ di andare d’accordo e aiutarci l’un l’altro – dovunque andassimo, chiunque incontrassimo.

Potete vedere le foto del mio viaggio attraverso l’Iraq, la Turchia, la Siria e il Libano cliccando qui. Sto anche preparando un video-racconto del viaggio, e spero di condividerlo con voi al piu’ presto.

C’est parti

I’m off on Friday AM (4:30…) for a two-day road trip through northern Iraqi Kurdistan, southern Turkey, Syria and finally Beirut. I’ll report back once I find an internet cafe’ or – just maybe – once I get back to Suly (c’mon, there’s some value to being off the grid entirely for a few days).

I’ll probably see a lot of this on my way up…..

…..before hitting the deserts out West. But I’ll be back to tending to the Kurdish flag on my rooftop soon enough.

Photo credit: Lizzie

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Venerdi’ mattina (alle 4:30…) parto per un viaggetto in macchina/pullman che mi portera’ nel nord del Kurdistan iracheno, Turchia del sud, Siria e Beirut. Scrivero’ qualcosa appena trovo un internet cafe’, o – forse, permettetemelo – solamente una volta tornato a Sulaimani (c’e’ un certo fascino nel staccare la spina completamente, per un paio di giorni). Staro’ a Beirut e Damasco per tutta la settimana prossima, e tornero’ a prendermi cura della bandiera curda sul mio terrazzo il prossimo weekend.

A presto!

(Name change)

How did I not think of this before?

Eating some kolera bakima today at the bazaar, I was looking out the window, admiring the bustling traffic of people walking past shops and dusty cars around the center of town. And then, out of nowhere, I noticed the parallel meanings of that one pronunciation. I think it just ties everything together. I’ll leave the URL as it is for now, but had to make the change to the title, at least for the time being.

What is kolera bakima, the source of such an ingenious revelation, you may ask. A dish, typical of Iran, consisting of flat bread baked quickly at high temperature with some meat on top (chicken or beef), which gives it a delicious greasiness, and some chopped tomatoes and onions. Check out the sweet rotating oven and the intricate assembly operation.

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Come ho fatto a non pensarci prima?

Mentre mangiavo del kolera bakima al bazaar oggi a pranzo, stavo guardando spensierato fuori dalla finestra, ammirando il traffico di gente che camminava di fronte a negozietti e macchine polverose. E poi, tutt’ad un tratto, ho notato – per la prima volta, guarda te – il doppio significato di quella parola, scritta diversamente ma pronunciata nello stesso modo. Rappresenta, in un certo senso, l’essenza di questo blog. Per ora lascio l’inidirizzo web immutato, pero’ non potevo resistere di cambiare il titolo qua sopra, almeno per un po’.

Che cos’e’ il kolera bakima, la fonte di tale intuizione creativa, vi chiederete. E’ un piatto, tipico dell’Iran, fatto di pane piatto cotto velocemente ad alta temperatura e con della carne (pollo o manzo) sopra, il quale dona al tutto un po’ di golosa untuosita’, e con pomodoro e cipolla tagliuzzati. Ecco sopra il forno rotante e l’operazione molto efficace del locale.

Team allegiances

“Which team do you like?” I’ve been asked that question often in this World Cup month. And my usual response has been a sarcastic smile combined with a question to answer the question: “which do you think?”

But, even to Iraqis who know I am Italian, the answer isn’t as obvious as I had imagined. Around here, as I assume is common in other parts of the world, cheering for national teams is comparable to cheering for club teams: everyone has their favorite. In Europe, and I assume to a similar extent in Latin America, you cheer for your national team. Period. It’s not an allegiance question. It’s a nationality question. You might sympathize for one opponent over the other, of course, but there’s no way an Italian would be all worked up about every single Argentina match, for example. But here in Iraq it’s just the same as a kid from Madrid growing up cheering either for Atletico or Real: Iraqis grow up liking Italy, or Brazil, or Spain, or Germany. And they bleed whatever colors they choose.

“Alright,” some might say, “Iraq did not qualify for the World Cup, so it’s somewhat understandable that they’d pick favorites.” But it’s more than that. When I say Iraqis cheer for random national teams, I mean they live by it. They watch games not for mere entertainment, not just to enjoy the show; they watch it as nervously and emotionally as I’d watch a Milan game, as anyone would watch a game of their beloved team. They follow that one national team throughout the years, and remember its games from two World Cups ago. I am not exaggerating when I say that some Iraqi friends were more depressed than me when Italy got humiliated out of the World Cup earlier this month. A student from Baghdad I had worked with over the previous week – and who wore an Italy t-shirt 3 days out of 5 – buried his head in his arms crying after Slovakia showed us how to play ball. Italy was his team. It wasn’t just a far-away, foreign group of players he liked to watch. It was his team, and had been so for as long as he could remember.

This concept has been so fascinating for me to observe, and somewhat difficult for me to explain. The question comes natural: what explains this change of paradigm for national team allegiances, from nationality to choice? Does this happen in less developed countries, or in countries whose football team does not regularly qualify for international tournaments? Or, perhaps, does it need to be a combination of both? This latest theory would explain why we see this in Iraq, but probably not as much in Brazil.

I’m not sure what the answer is. But be sure that after all of the remaining World Cup games, some hearts will be broken, and some dreams will come true, among Iraqis.

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“A quale nazionale tieni?” Mi hanno fatto questa domanda spesso in questo mese di coppa del mondo. E di solito la mia risposta e’ stata una combinazione di sorriso sarcastico e domanda retorica: “secondo te??”

Ma, anche per gli iracheni che sanno che sono italiano, la risposta non e’ poi cosi’ ovvia come immaginavo. Qui, come di sicuro in altre parte del mondo, fare il tifo per le nazionali di calcio e’ sullo stesso piano del tifo per le squadre di club: tutti hanno la loro squadra preferita. In Europa, e immagino anche in Sudamerica, uno fa il tifo per la propria nazionale. Punto e basta. Non e’ una questione di fedelta’.  E’ una questione di nazionalita’. A uno puo’ piacere di piu’ una squadra avversaria in confronto ad un’altra, pero’ non esiste che un italiano segua tutte le partite dell’Argentina, per esempio, facendo un tifo sfegatato (se invece esiste quest’individuo, fatemelo sapere che voglio farci due chiacchere). Ma per i tifosi di calcio qui in Iraq, l’esperienza e’ simile a quella di un bambino di Roma, che puo’ crescere tifando Lazio o Roma, o addirittura Juve: la gente qua cresce tifando Italia, Brasile, Spagna, o Germania. E vanno pazzi per qualsiasi nazionale scelgono.

“Ok,” mi potreste dire, “pero’ l’Iraq non si e’ qualificato per i mondiali, quindi e’ abbastanza comprensibile che scelgano altre squadre per cui tifare.” Ma c’e’ molto di piu’ in ballo. Quando dico che gli iracheni fanno il tifo per altre nazionali, voglio dire che lo fanno religiosamente. Guardano le partite non solamente per il fattore di intrattenimento o per godersi lo spettacolo; la guardano con la stessa tensione ed emozione con cui io guarderei una partita del Milan. Seguono quella particolare squadra nazionale nel corso degli anni, e si ricordano ancora bene le sue partite di tre mondiali fa. Non esagero quando dico che alcuni iracheni sono rimasti ancor piu’ delusi e depressi di me quando l’Italia e’ stata eliminata dal mondiale il mese scorso. Uno studente di Baghdad con cui avevo lavorato la settimana prima – e che si era messo una maglietta dell’Italia 3 giorni su 5 – si e’ messo a piangere con la faccia tra le mani dopo quella lezione di calcio da parte della Slovacchia. L’Italia era la sua squadra. Non era solamente una squadra distante, piena di stranieri, che gli piaceva seguire. Era la sua squadra, fin da bambino.

Questo approcio verso le nazionali e’ stato affascinante da scoprire, seppur difficile da spiegare. La domanda naturale e’: cosa determina questo cambio di chiave di lettura per quanto riguarda il tifo delle nazionali, da una basata sulla nazionalita’ a una basata sulla fedelta’ e la scelta? Succede nei paesi in via di sviluppo? Nei paesi senza una nazionale capace di qualificarsi per importanti tornei? O, forse, dev’essere una combinazione di questi due fattori? Quest’ultima teoria spiegherebbe perche’ si nota questo atteggiamento verso le nazionali in Iraq, ma probabilmente non in Brasile.  

Non so bene quale sia la risposta giusta. Ma possiamo restar sicuri che dopo ogni partita rimanente di questo mondiale sudafricano, dei cuori saranno spezzati, e dei sogni realizzati, tra i miei amici iracheni.

Birthday present?

A member of the usual gang, this afternoon playing in goal, gave me a little birthday treat: seeing my home team’s jersey proudly worn in a local street football match. Go Rossoneri!

Loved how he instinctively bent forward as if part of the front row of a team picture.

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Un membro della solita gang, oggi schierato in porta, mi ha fatto un regalino di compleanno: vestire fieramente la maglia del Milan durante una partitella per strada. Vai diavolo!